APE per case con camino, stufa a pellet o biomassa: la guida completa

Hai un camino in soggiorno, una stufa a pellet o ti scaldi solo a legna e devi fare l’APE? La risposta breve è questa: camino e stufa entrano nell’APE solo se sono impianti fissi capaci di scaldare davvero la casa. Quando entrano, possono spostare la Classe Energetica più di quanto immagini, quasi sempre verso l’alto. In questa guida trovi come ragiona il Tecnico Certificatore, tre casi concreti a confronto, cosa dirgli e quali documenti preparare.

Camino e stufa nell’APE: quando contano davvero

L’APE, cioè l’Attestato di Prestazione Energetica, non fotografa le tue abitudini ma l’edificio e i suoi impianti in condizioni standard. Per questo la domanda giusta non è “quanto uso il camino?” ma “il mio camino è un impianto?”.

Dal 2020 la definizione di legge è ampia. Per il D.Lgs. 192/2005, modificato dal D.Lgs. 48/2020, è impianto termico ogni impianto tecnologico fisso destinato a riscaldare o raffrescare gli ambienti, qualunque sia il combustibile. ENEA precisa che la definizione vale senza limiti di potenza e comprende anche più apparecchi fissi indipendenti nella stessa abitazione.

Per il calcolo conta poi un criterio pratico, ribadito dal MASE nelle Indicazioni agli operatori di giugno 2026: nell’APE vanno considerati tutti gli impianti fissi, che concorrono al riscaldamento e che hanno potenza sufficiente a garantire le temperature previste dalla legge. In pratica il tecnico si farà tre domande:

  • È fisso? Una stufa collegata alla canna fumaria sì, una stufetta portatile no.
  • Scalda tutta la casa o una sola stanza?
  • Negli stessi ambienti c’è un altro impianto, ad esempio i termosifoni?

Dalle risposte dipende tutto il resto.

Perché la biomassa sposta la Classe Energetica

La Classe Energetica nasce dall’EPgl,nren, cioè l’indice di prestazione energetica globale non rinnovabile: misura quanta energia di origine fossile serve ogni anno, per metro quadro, a far funzionare la casa. Se vuoi approfondire, lo spieghiamo nella guida su come si calcola la Classe Energetica.

Ogni combustibile ha un proprio fattore di conversione, fissato dalla Tabella 1 del DM 28 ottobre 2025, il nuovo Decreto Requisiti Minimi in vigore dal 3 giugno 2026: 1,05 per il gas naturale, 1,95 per l’elettricità di rete, 0,20 per le biomasse solide come legna e pellet, considerate in larga parte rinnovabili.

Un esempio semplificato rende l’idea. Per fornire 10.000 kWh di calore, una caldaia a gas con rendimento del 90% “pesa” nel calcolo circa 11.700 kWh di energia non rinnovabile. Una stufa a pellet con rendimento dell’85% ne pesa circa 2.350: quasi cinque volte meno, a parità di casa.

Ecco perché un’abitazione scaldata a biomassa può ottenere una classe migliore di una identica scaldata a gas. Attenzione però: classe alta non significa bollette basse né casa ben isolata. Legna e pellet si pagano e l’APE riporta comunque gli indicatori sulla qualità dell’involucro, che restano quelli di una casa che disperde.

Tre case a confronto

Camino + caldaia a gasSolo stufa a biomassaStufa a pellet in soggiorno + termosifoni
Impianto che guida il calcoloCaldaiaStufaCaldaia, con quota alla stufa
Peso della biomassaNullo o marginaleFino al 100% del riscaldamentoParziale, solo sulla zona servita
Effetto tipico sulla classeQuasi nessunoClasse spesso più alta del previstoMiglioramento contenuto
Punto di attenzioneDichiararlo comunqueAcqua calda e stanze non serviteRegolazione per ambiente

Caso 1: camino in soggiorno, riscaldamento con caldaia a gas

È la situazione più diffusa. La caldaia serve tutti gli ambienti, quindi è lei l’impianto che garantisce le temperature: il camino è un apparecchio ad aria che scalda una sola stanza.

La norma tecnica di calcolo, la UNI/TS 11300-4, tratta questi casi come sistemi bivalenti (biomassa più un generatore fossile) e limita la quota di calore attribuibile alla biomassa. Per un apparecchio ad aria a caricamento manuale il tetto è, in generale, il 30% del fabbisogno della sola zona servita. La quota si azzera se in quella stanza l’impianto a gas non ha una regolazione per ambiente, ad esempio le valvole termostatiche.

Il risultato pratico: il camino incide poco o nulla e la classe la decidono caldaia e involucro. Un camino aperto acceso due volte l’anno non ti fa né guadagnare né perdere classi.

Caso 2: casa scaldata solo con stufa a legna o a pellet

Se la stufa è fissa e adeguata a scaldare l’abitazione, è lei l’impianto di riscaldamento: tutto il fabbisogno viene attribuito alla biomassa, con il fattore 0,20. È qui che nascono le classi sorprendentemente alte, anche in case datate. Tre avvertenze:

  • L’acqua calda conta. Se la produci con uno scaldabagno elettrico, quella parte pesa con il fattore 1,95 e riduce il vantaggio.
  • Una stufa sola può non bastare. Se scalda la cucina di una casa su due piani, il tecnico valuta caso per caso. Per gli ambienti non serviti può dover ricorrere all’impianto simulato previsto dalle Linee Guida nazionali, cioè un impianto standard virtuale, come accade per gli immobili senza impianto.
  • La stufa è un impianto termico a tutti gli effetti, quindi servono i suoi documenti.

Caso 3: stufa a pellet in soggiorno, termosifoni nel resto della casa

È un sistema bivalente come il primo, ma la stufa a pellet ha caricamento e regolazione automatici: la norma le riconosce, in generale, fino al 50% del fabbisogno della zona che serve davvero, alle stesse condizioni sulla regolazione. Al resto pensa la caldaia.

Facciamo due conti: se il soggiorno vale un terzo del fabbisogno di casa e la stufa ne copre metà, circa un sesto del calore passa dal gas alla biomassa. È un beneficio reale ma contenuto, che di solito vale una classe solo se eri già vicino alla soglia.

Discorso diverso per termostufe e termocamini collegati ai termosifoni: scaldano l’acqua dell’impianto, la norma riconosce quote molto più alte (fino al 90% per i generatori automatici) e l’effetto sulla classe si avvicina a quello del caso 2.

Cosa dire e cosa dare al Tecnico Certificatore

Non serve essere tecnici: basta raccontare la casa com’è. Cosa dire:

  • quali apparecchi ci sono, in quali stanze e se in quelle stanze ci sono anche i termosifoni;
  • di che tipo sono: camino aperto, inserto chiuso, stufa a legna o a pellet, ad aria, canalizzata oppure idro;
  • come produci l’acqua calda;
  • se hai termostati o valvole termostatiche;
  • se un apparecchio è dismesso o non più funzionante.

Cosa dare, se disponibile:

  1. Libretto di Impianto della stufa o del camino e, se c’è, della caldaia, con il codice del catasto regionale degli impianti.
  2. Scheda tecnica o foto della targhetta, con potenza nominale e rendimento.
  3. Dichiarazione di conformità dell’installazione e della canna fumaria (DM 37/2008).
  4. Certificazione ambientale con il numero di stelle (DM 186/2017), utile anche per verificare eventuali limitazioni regionali all’uso.
  5. Ultimi rapporti di manutenzione e di pulizia della canna fumaria.

Se manca qualcosa non è un dramma: i dati tecnici si recuperano spesso dalla targhetta durante il sopralluogo.

I dubbi più frequenti

Serve il Libretto di Impianto anche per camino e stufa? In linea generale sì. Stufe e camini fissi rientrano tra gli impianti termici e il DM 10 febbraio 2014 prevede il Libretto per ogni impianto termico. Nella pratica molti catasti regionali fanno scattare la registrazione quando la somma delle potenze al focolare raggiunge i 5 kW, soglia che una normale stufa supera facilmente. Le regole cambiano da Regione a Regione: verifica sul portale del tuo catasto impianti. Se il documento manca, leggi cosa fare nell’articolo sull’APE senza Libretto di Impianto.

Devo fare anche il controllo dei fumi? A livello nazionale il rapporto di Controllo dell’Efficienza Energetica riguarda gli impianti di riscaldamento oltre i 10 kW e l’art. 2, comma 2, del DM 10 febbraio 2014 esclude quelli alimentati solo da fonti rinnovabili, biomassa compresa, fermo restando il Libretto. Diverse Regioni hanno però regole proprie. La manutenzione periodica resta comunque dovuta. Se in casa c’è anche una caldaia, per lei il rapporto valido serve sempre.

Il camino che non uso mai va dichiarato? Sì. Dillo al tecnico e lascia che sia lui a valutare: un camino aperto decorativo, in una casa con caldaia, di norma non cambia il calcolo. Tacere un impianto fisso e funzionante, invece, rischia di produrre un attestato che non corrisponde alla realtà.

L’APE vale comunque dieci anni? Sì, ma l’art. 6, comma 5, del D.Lgs. 192/2005 subordina la validità al rispetto dei controlli sugli impianti: se salti una scadenza, l’attestato decade il 31 dicembre dell’anno successivo. Ne parliamo nell’articolo su revisione della caldaia e validità dell’APE.

Fuoco acceso, carte in regola

Ricapitolando: un camino accanto alla caldaia quasi non si vede nell’APE, una stufa che scalda da sola tutta la casa può alzare la Classe Energetica grazie al fattore favorevole della biomassa, una stufa a pellet in soggiorno dà un aiuto parziale. In tutti e tre i casi la differenza la fanno le informazioni che dai al tecnico e i documenti dell’impianto.

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